Entrare nelle posture non significa “farle”
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L’apparentemente facile e l’apparentemente difficile

Nel­lo Yoga non esiste il con­cet­to di prestazione quan­to quel­lo di ese­cuzione, un’esecuzione che parte dall’esterno per entrare all’interno.

La rius­ci­ta del­la pos­tu­ra non dipende dal­la pos­si­bil­ità fisi­ca o meno di eseguir­la, ma dal modo di entrar­ci e di restarci.

Che la mano rag­giun­ga la cos­cia, il ginoc­chio, la cav­iglia oppure il pavi­men­to a piat­to nel Uttanasana non impor­ta, impor­ta la cor­ret­ta esten­sione del rachide in ogni sua min­i­ma parte, la percezione del­lo scor­rere dell’energia nel­la colon­na e in tut­to il cor­po, la pro­fon­dità del nos­tro respiro e l’abbandono grad­uale e mas­si­mo dei mus­coli e dei ten­di­ni che sono in tensione.

Impor­ta la deter­mi­nazione nel restare immo­bili dentro.

Ecco che un buon prat­i­cante di yoga non dovrebbe arrivare a far­si male indipen­den­te­mente dal­la dif­fi­coltà del­la pos­tu­ra. Il con­cet­to di dif­fi­cile e facile in realtà non esiste, potrem­mo dire che anche le pos­ture appar­ente­mente più facili come Tadasana, se ese­gui­te cor­ret­ta­mente, sono piut­tosto impeg­na­tive e quelle appar­ente­mente dif­fi­cili come Kapotasana pos­sono essere ese­gui­te inizian­do da un pas­sag­gio facil­i­ta­to, oppure con un sosteg­no o un aiu­to ester­no che lo ren­da acces­si­bile a tutte le pos­si­bil­ità e alle diverse espe­rien­ze individuali.

Il con­cet­to di prat­i­cante esper­to e prin­cipi­ante nel­la prat­i­ca del­lo yoga perde, come avrete capi­to,  il suo sig­ni­fi­ca­to clas­si­co. Un buon inseg­nante non ha bisog­no di sep­a­rare le clas­si, le pos­ture ver­ra­no ese­gui­te nel modo più con­sono e adat­to alle esi­gen­ze dei singoli.
L’esperto non si sen­tirà meno grat­i­fi­ca­to nel fare pos­ture appar­ente­mente sem­pli­ci e il prin­cipi­ante ver­rà accom­pa­g­na­to con grad­u­al­ità a com­piere tut­ti gli step suc­ces­sivi per rag­giun­gere una pos­tu­ra più strut­tura­ta e pro­gres­si­va­mente sem­pre più complessa.

Il tut­to sen­za nes­sun con­fron­to o dimostrazione di alcunché. Ci sono pos­ture nelle quali si entra con più facil­ità e ci sono quelle nelle quali met­tere mag­gior ener­gia per osser­vare e vig­i­lare su ogni min­i­mo par­ti­co­lare nel­la sua ese­cuzione; esse diven­tano in realtà un lavoro inter­no mag­giore. Quelle nelle quali entr­ere­mo con mag­gior dif­fi­coltà oltre a ricer­care dei sosteg­ni e dei modi facil­i­tati per eseguir­le dovre­mo cer­care di non rifi­u­tar­le con un dire a pri­ori; “ques­ta non ci riesco”. E non dimen­tichi­amo mai che mat­toni, cinghie, appog­gio al muro o al pavi­men­to saran­no affasci­nan­ti gra­di­ni ver­so l’entrata in quel­la mit­i­ca postura.

Cer­ta­mente la grad­u­al­ità e la cor­ret­ta sequen­za delle pos­ture, il tem­po di recu­pero e di ascolto sono fon­da­men­tali e non sem­pre suf­fi­cien­te­mente pre­sen­ti in cor­si di una sin­go­la ora. Nel­lo yoga che uti­liz­za sequen­ze o pos­ture ese­gui­te con veloc­ità tut­to questo si perde. L’esecuzione delle sequen­ze dovrebbe prevedere che il prat­i­cante sia già sta­to cor­ret­to in ogni pos­tu­ra e soprat­tut­to abbia già prece­den­te­mente lavo­ra­to sui diver­si seg­men­ti cor­por­ei otte­nen­do un’apertura delle spalle, del torace e del baci­no e la cosa non è evi­dente. In questo caso un prin­cipi­ante non adeguata­mente segui­to ma anche un esper­to dis­trat­to e teso pos­sono far­si male ovvero fal­lire nell’efficacia ter­apeu­ti­ca delle posture.

Un cor­so di yoga com­ple­to dovrebbe durare come min­i­mo 90 min fino a 3 ore per toc­care i fon­da­men­tali con la gius­ta cal­ma e com­pen­san­do le pos­ture tra di loro; con la fret­ta del mon­do mod­er­no si cer­ca di com­pattare e acceller­are tut­to, ricer­can­do la prestazione e il numero di pos­ture. Ecco che lo “yoga di mer­ca­to” ne subisce le con­seguen­ze denat­u­ran­dosi. Sono moltissi­mi col­oro che, a dif­feren­za di quan­to atte­so, si procu­ra­no delle vere e pro­prie lesioni “rin­cor­ren­do il non yoga”. Lo ripeto: se la pos­tu­ra non è ese­gui­ta cor­ret­ta­mente quel­lo non è yoga ma qual­cosa d’altro; state quin­di attenti.

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Catherine Bellwald
Catherine Bellwald
Medico, Fisiatra, Agopuntrice, Istruttrice Yoga Alliance YACEP, E-RYT 200, RYT500

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