Bandha Traya e diventare praticanti esperti
3 Settembre 2020

La Sādhanā non è una routine

Per Sādhanā personale si intende una serie di āsānas, di prānāyāma,  oppure di pratiche di meditazione che quotidianamente cerchiamo di applicarci a fare. Si tratta di un aspetto molto delicato da affrontare, in quanto applicarsi sistematicamente con lo stesso orario e le stesse pratiche equivale a disciplinarsi e approfondire un’esperienza  e questo é grandemente utile.

Ma come sempre esiste un limite che é quello di rendere rigida la nostra pratica. Non sempre, ma con facilità si rischia, di attivare  una sorta di routine, talora acompagnata da  una specie di appagamento emotivo capace di nutrire principalmente il nostro ego e, come diceva un mio maestro ormai lontano: “Quando c’è ego non state praticando yoga “.

Che siano esercizi fisici, immobilità da seduti o tecniche respiratorie, il modo in cui ci approcciamo alla nostra Sādhanā cambia totalmente il risultato che questa può regalarci.

Noi essere umani non solo ci gongoliamo di fare attività di questo tipo ma anche tendiamo a ridurre sempre tutto ad azioni ripetitive e meccaniche dove si perde quella freschezza della prima volta e anche quell’ascolto profondo, restando maggiormente in superficie magari pensando a quello che seguirà se fatti in inizio giornata oppure colti da un colpo di sonno se fatti in tarda serata. I due grandi nemici del praticante sono sempre i troppi pensieri e il sonno; entrambi ci allontanano dall’obiettivo ultimo della pratica che è trovarsi e ascoltarci non già con la mente ma con occhi e orecchie interni.

Che fare per rendere l’incontro con se stessi davvero un momento arricchente?

Il mio consiglio è non avere fretta, come nella sessualità oppure come quando si vuole incontrare un amico. Il tempo va preso generosamente e senza essere col braccino corto. Si tratta di una sorta di ospitalità interiore che é sempre  un ingrediente fondamentale. Il pulire, il mettere un fiore o ancora frutta come nei  riti Buddhisti rappresenta alla fine esattamente questo senso di invito a casa nostra di un ospite gradito. Uno spazio interamente nostro ritagliato con attenzione e cura.

Se i troppi impegni renderanno il tempo un ostacolo bisognerà imparare a rubarlo ovunque si possa farlo, riconoscere per esempio tutte quelle attività che hanno poca importanza per noi stessi e che riconosciamo come francamente inutili se non addirittura dannose ma nelle quali incediamo nostro malgrado. Altrettanto di grande aiuto sarà imparare a tuffarsi nel tempo ampliandone la profondità;  allora, anche se breve, quel istante diventerà una porta di accesso al nostro spazio interiore che non vive nel tempo: una sorta di spazio senza tempo.

Si tratta di richiamare a noi questa possibilità e semplicemente desiderarla come si desidera un amante; i Buddhisti parlano di un seme presente in ognuno di noi. Sapere dove cercarlo e come attivarlo può essere il risultato di un lavoro talora lungo anni ma anche la vicinanza con persone  o situazioni esterne che possiamo definire aiuti sulla strada.

Tutto questo con la routine ha poco a che fare; nella routine si rischia di perdere il contatto con noi, un po’ come nel sesso abituale si perde il contatto con il compagno oltre che con noi stessi cadendo in movimenti meccanici. Niente di grave, evitiamo di sentirci in colpa per questo ma semplicemente teniamo ben a mente la differenza tra le due cose. Se sarà il desiderio di dimostrare a noi stessi o a qualcuno altro che siamo capaci di fare la Sādhanā con regolarità, ben venga comunque, sarà il punto di partenza di un lungo viaggio. Riusciremo ognuno con i nostri personali tempi a capire la strada per entrare in contatto con noi stessi e desiderarla questa Sādhanā, non per dimostrare alcunché ma solo per incontrarci.

Intanto ritengo fondamentale iniziare a limitare per quanto possibile tutte quelle attività che ci tolgono ossigeno e energia vitale, in primis riconoscendole sul nascere ovvero riconoscendole subito quando le viviamo e con un certo distacco cercheremo di limitarne lo spazio e anche l’esistenza nella nostra testa. Secondo e altrettanto importante, riconosciamo quando perdiamo tempo, con discorsi totalmente inutili,  sui social, davanti alla TV, dietro a un giochino scemo; pensiamo di rilassarci ma ci imbamboliamo, ci perdiamo e perdiamo il contatto con noi stessi diventando facili prede per le emozioni più basse,  pensieri  totalmente privi di significato spesso retaggi di situazioni ormai vecchie e ammuffite che semplicemente si fanno spazio nella nostra mente: assolutamente incapaci di arricchirci.

Si tratta di metterci al primo posto appena possibile; è l’unico modo per trovarsi con amorevole regolarità ed è l’unico modo per imparare a esserci e quindi essere utili a noi stessi e agli altri, soprattutto quando intorno a noi regnano sempre maggior confusione e manipolazione mediatica.

Una cosa però é confortante: quando veramente ci troviamo, lo sappiamo, lo riconosciamo come ha spiegato Francesco Amato in un suo post: é esattamente come quando arrivi di fronte al mare, non puoi più confonderlo con un laghetto e tanto meno con una pozzanghera.

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Catherine Bellwald
Catherine Bellwald
Medico, Fisiatra, Agopuntrice, Istruttrice Yoga Alliance YACEP, E-RYT 200, RYT500

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