Kapotasana: una postura e un animale più nobili di quanto non si creda
13 Gennaio 2021

Savasana non ha confini

Savasana e Rajasana sono come due principi opposti contenuti nella medesima (illusoria e apparente forma fisica), di facilità. Entrambe le posture si eseguono interamente lunghi e distesi sul dorso, con entrambe le braccia aperte ai lati del corpo e i palmi delle mani rivolti verso l’alto.

La prima, la postura detta del cadavere (Sava in Sanscrito), é conosciuta universalmente e praticata a tutti i livelli di yoga. Si compie attraverso un abbandono di tutto il corpo al suolo, lasciando che la gravità compia il suo mirabile lavoro di deposito al suolo di ogni resistenza fisica e psichica.

La seconda, molto meno conosciuta e definita postura dei re (Raja in Sanscrito) per richiamare la sagoma funeraria dei reali, si compie in totale tensione muscolare globale; le braccia sono contratte e tese in massima extrarotazione con le spalle ben spinte verso il basso e  le mani tese ruotano completamente portando verso l’alto il lato del mignolo. Il petto é spinto verso l’alto al massimo. Le gambe anch’esse tese al massimo appoggiano principalmente sui talloni. Ottima postura per chiunque soffra di difficoltà nella corretto mantenimento della postura eretta, in quanto permette di memorizzare e interiorizzare l’assetto della perfetta linearità attiva, che dovremmo ritrovare quando ci metteremo in piedi nella straordinaria postura di Tadasana, postura anche lei solo apparentemente banale ma che ben fatta produce effetti interiori e fisici importantissimi. Attraverso un buon Tadasana  impareremo a centrarci in pochi secondi, a restare eretti di fronte alle difficoltà e sentirci solidi come montagne (vedi link)

Rajasana é grandemente utile anche per coloro che non riescono a rilassarsi e abbandonarsi facilmente in Savasana, infatti la fatica nel mantenere potentemente contratti tutti muscoli del corpo di Rajasana diventa una spontanea entrata nel suo opposto “mollo tutto” di  Savanasa.

Non é un caso se Savasana é la classica postura che chiude una sessione di yoga che possiamo definire dinamico, che sia Hatha, Vinyasa o Ashtanga. Non é un caso se viene comunemente usata come intermezzo alle sessioni prolungate di Meditazione seduta e di Pranayama. Troviamo nell’impegno fisico che segue il principio di intensità (Legge del tutto o nulla di cui ho parlato a questo link) il principio del suo opposto complementare: il rilassamento fisico, psichico ed emotivo di Savasana.   Molti  maestri di Hatha  Yoga come Philippe De Fallois usano Savasana tra una postura e l’altra, alternando costantemente l’impegno e la focalizzazione del mantenere a lungo una postura, al rilassamento a terra. In questa maniera  ogni  postura  ha la possibilità di depositare i suoi benefici in profondità nel corpo fisico ed energetico, andando a rimuovere tensioni profonde talora anche vecchie di decenni.

Un  modo semplice per alternare l’attivo e il passivo, lo yang e lo yin,  imparando a transitare da uno stato all’altro, senza restare ancorati al vecchio ma preparandoci subito fisicamente, mentalmente ed emotivamente ad accogliere il nuovo. Una capacità che non definirei scontata e che ci permette di tuffarci nel presente rinunciando al fardello del passato e all’elucubrazione del futuro.

Molti definiscono Savasana come la postura più difficile da praticare, personalmente non la penso così; Savasana é una porta per le altre posture come tutte le posture sono una porta per Savasana. Savasana richiede uno stato di veglia e attenzione assoluti associati a uno stato di rilassamento fisico profondissimo, richiede uno stato di coscienza diverso da quello che utilizziamo abitualmente, meno materiale. Alcune persone ci entrano senza alcuna difficoltà come se l’avessero sempre praticata, con la stessa naturalezza e la bellezza del tuffarsi nell’acqua cristallina dei Caraibi. In altri casi esistono delle resistenze interne, che impediscono letteralmente l’esperienza anche a distanza di poche ore da quella precedente. In queste situazioni, il sopraggiungere del sonno oppure il continuo e incessante pensiero meccanico non ci lasciano entrare ma non significa che non siamo tagliati per sperimentare questa esperienza, significa solo che non ci siamo entrati, non questa volta.

La definirei una sorta di apertura interiore che con il tempo e la pratica si può imparare ad applicare ad ogni postura. Ho recentemente letto una frase che diceva “…non importa quanto profondamente entri in postura ma importa trovare chi sei” e la modificherei in: “Non importa la forma che assumi esteriormente ma, quanto più profondamente entrerai nella postura, quanto più profondamente troverai chi sei“.

Secondo alcune tradizioni yogiche il mantenere lo stato di veglia durante la notte sarebbe una possibilità di attingere a una sorta di serbatoio energetico formidabile,  grandemente utile per migliorare la dispersione energetica che la mente produce continuamente nostro malgrado a causa dei pensieri meccanici sia diurni che notturni e che poi ci ostacola nella nostra evoluzione interiore.

Ecco perché la pratica dello Yoga Nidra non é solamente un modo per rilassarsi dalla fatica e dalle tensioni accumulate nella giornata (come ormai viene quasi unicamente proposta) ma un vero miracolo a disposizione di tutti per sperimentare uno stato di coscienza del tutto straordinario dove la mente perde il suo potere e l’energia dell’Universo ci attraversa, accarezzandoci.

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Catherine Bellwald
Catherine Bellwald
Medico, Fisiatra, Agopuntrice, Istruttrice Yoga Alliance YACEP, E-RYT 200, RYT500

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