Marjariasana il gatto: una postura a molte facce
1 Febbraio 2022

Iniziare o finire con le torsioni?

A proposito di quali siano le posture ideali per iniziare e, per cosi dire, “riscaldare” la muscolatura e prepararci ad entrare con scioltezza e profondità nelle posture di una sessione di yoga, il maestro Philippe de Fallois propone sempre durante i suoi seminari intensivi con sessioni della durata di 4 ore al mattino e 4 ore al pomeriggio,  un numero di 4 torsioni complete del rachide per lato da supini, il cui nome è a mio parere impronunciabile Jathara Parivartanasana, nella preparazione iniziale della sessione del mattino.  Queste torsioni da supini centrate sul tratto lombare vengono eseguite con estrema lentezza e precisione,  sia nell’entrata che in uscita e con almeno 10 respiri completi da eseguire una volta raggiunta la torsione massima in postura. Mi ricordo che all’inizio questa pratica mi produceva una dolenzia in regione gastrica ed epatica che gradualmente nel corso del tempo sono scomparsi come se attraverso un massaggio viscerale profondo avessi eliminato tensioni interne residue.

La sola pratica delle torsioni mattutine durante i seminari intensivi richiedeva un tempo dedicato di circa 20 minuti, un tempo non proponibile nelle normali lezioni di 60 minuti figuriamoci in una pratica mattutina quotidiana che spesso ha un tempo assai inferiore. Un’esperienza che personalmente ho trovato indimenticabile e che oggi ritengo una sorta di unguento e medicamento capace di sciogliere tensioni e rigidità profondamente nascoste nel corpo, nell’emotivo e nella mente.

Per chi volesse sperimentare questa torsione da supini, segnalo le braccia aperte a croce con i palmi rivolti al suolo, che insieme a tutto il torace restano ben aderenti al suolo, come punto fermo. Il bacino si solleva con gambe piegate e si sposta verso un lato di circa 15 cm per poi ruotare gradualmente e lentamente dal lato opposto disegnando con i piedi ( che non saranno comodamente appoggiati a terra) un cerchio più ampio possibile,  le gambe sono sollevate più possibile da terra e sono solo leggermente piegate e unite. Raggiunta la rotazione massima saranno appoggiate a terra, si cerca di non perdere mai l’aderenza del torace e delle spalle e braccia al suolo, accentuando  la spremitura viscerale attraverso la respirazione profonda.  Il rientro si effettua con una iniziale rotazione del capo  dal lato opposto alle gambe e una aumentata spinta delle braccia al suolo di stabilizzazione, richiamando una rotazione di rientro lenta in grado di recrutare attivamente i muscolo trasverso e obliquo dell’addome.

Un argomento quello delle torsioni che spesso la medicina fisica e riabilitativa della colonna sconsiglia ritenendola pericolosa a priori. L’equivoco è basato sulla confusione tra rotazione e torsione. Non si tratta dello stesso principio motorio. La forza nelle rotazioni segue  un unica direzione appunto circolare,  se eseguita con velocità  e interrotta bruscamente é capace di scatenare una forza tangente potenzialmente pericolosa, in quanto capace di scaricare una forza eccessiva e poco controllata sui tessuti organici causando talora lesioni anche severe.

Nelle torsioni yogiche il fulcro della rotazione avviene sempre stabilizzando uno dei due cingoli;  che siano le spalle oppure il bacino ed è proprio questa stabilità del centro a conferire al movimento di torsione la sua sicurezza in quanto il movimento é sempre portato a compimento attraverso una doppia forza contrapposta. Da un lato la forza stabilizzatrice del cingolo sul quale si sceglie di fare perno, se useremo il cingolo superiore come perno potenzieremo la contrazione dei romboidi posteriormente, se useremo il cingolo inferiore come perno stabilizzeremo con tutti gli addominali, un lavoro che oggi viene definito ” core stability”.

La torsione inoltre progredisce sempre dal’basso verso l’alto con un’azione potentemente antigravitaria che conferisce elasticità dei legamenti profondi intervertebrali e la possibilità di idratare e voluminizzare i dischi intervertebrali per la loro natura idrofilica (capace di richiamare liquidi come una spugna). Possiamo quindi comprendere quale sia la profonda e intensa azione terapeutica della torsione sulla colonna vertebrale nel suo insieme. A questo prezioso lavoro si associa una compressione degli organi addominali che inevitabilmente si accompagna ad una stimolazione nervosa parasimpatica. Otteremo un rilassamento della muscolatura liscia intestinale e un aumento della vascolarizzazione viscerale profonda. Aspetti tutt’altro che irrilevanti che si ottengono anche dalla pratica di Udyana Bandha.

Ecco perché le torsioni yogiche vengono comunemente eseguite da praticanti esperti: perchè sono difficili da eseguire correttamente. Infatti  di solito sono il compimento ultimo di molte lezioni e formano un’infinità di varianti di posture più importanti. In piedi, Parivrtta Trikonasana  e  Parivrtta Parvakonasan, Parivrtta Utkatasana.  Tra le torsioni da seduti la più semplice è Marichyasana,  possibile anche appoggiando il gomito anziché la mano per potenziare la rotazione entrando in Meruvakrasana; la più conosciuta è Matsyendrasana solo apparentemente facile e poi le numerossime e meno conosciute  varianti di posture fondamentali, fra cui  Parivrtta Paschimottanasana, Parivrtta Janu Sirsanana, Parivrtta Padmasana e Sukkasana. In ginocchio Parivrtta Ustrasana, Parivrtta  Shelasana e Balasana. Da proni Parivritta Bujangasana e, per finire, le difficilissime torsioni delle posture capovolte Parivrtta Halasana, Parivrtta Salamba Sarvangasana e le varianti in rotazione di Sirsasana.

La torsione yogica produce un lavoro fisico ed energetico profondo ottimo sia per iniziare una lezione impegnativa e intensiva sia per concludere una pratica più breve.

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Catherine Bellwald
Catherine Bellwald
Medico, Fisiatra, Agopuntrice, Istruttrice Yoga Alliance YACEP, E-RYT 200, RYT500

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